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  • Immagine del redattoreGualtiero Alberto Grimaldi

Inflazione e obbligazioni, cosa ci riserverà il futuro?

Preambolo

È utile iniziare facendo chiarezza sul ruolo e sugli obiettivi delle banche centrali a livello globale: la Federal Reserve (FED), la Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of England hanno il mandato di mantenere la stabilità dei prezzi, cercando di contenere l'inflazione intorno al 2% annuo.

Fino a poco tempo fa il pericolo sembrava essere la deflazione, ovvero un calo generale dei prezzi, ma ora diversi fattori hanno fatto aumentare l'inflazione; tra questi ricordiamo:

  • Il taglio dei tassi durante la pandemia, al fine di sostenere l'economia globale.

  • La forte ripresa della domanda una volta terminati i lockdown.

  • Gli aumenti dei prezzi dell'energia dovuti alla guerra in Ucraina.


L'inflazione si verifica quando la domanda aggregata supera l'offerta, facendo salire i prezzi, possiamo paragonarla al surriscaldamento del motore della nostra automobile: quando la "temperatura sale" oltre i livelli ottimali, le prestazioni calano.

Per contenere l'inflazione e raffreddare il motore, le banche centrali alzano i tassi di interesse, rendendo più oneroso il credito; ciò raffredda l'economia agendo su diversi canali:

  • Le aziende ridurranno gli investimenti

  • I consumatori comprimono le spese

  • Le banche commerciali aumenteranno il corso dei finanziamenti


L'obiettivo è riportare l'inflazione al target del 2%, raggiungendo un equilibrio che non faccia scivolare l'economia eccessivamente in recessione.

Quando si iniziano ad avere le prime avvisaglie recessive (cali di PIL, disoccupazione in aumento e richiesta di credito in diminuzione), i tassi possono essere nuovamente abbassati per stimolare la ripresa economica.


Nella attuale fase sia FED che BCE hanno confermato nuovamente lo stop ai rialzi e anzi, Powell, il governatore della banca centrale americana, il 13 dicembre si è mostrato molto positivo su un probabile ribasso dei tassi a partire dalla seconda metà del 2024.


Ma quindi qual'è il vantaggio che possiamo trarre come investitori?

E qui entra in gioco il ruolo delle obbligazioni e dei fondi obbligazionari, strumenti che al loro interno contengono un paniere variegato di più di 500 obbligazioni (molte delle quali riservate solo a investitori istituzionali e non acquistabili dai privati).

Durante tutto il 2022, periodo in cui all'interno dei fondi obbligazioanri erano presenti obbligazioni a basso rendimento (dovute a acquisti precedenti il rialzo dei tassi) questi strumenti hanno sofferto particolarmente dei rialzi imposti dalle banche centrali (le nuove obbligazioni rendevano di più di quelle che loro avevano già in portafoglio e di conseguenza quelle detenute si sono svalutate).

Tuttavia i gestori dei fondi, pur accusando il contraccolpo dei rialzi, hanno "rimpiazzato" le loro vecchie obbligazioni con quelle emesse nel periodo 2022-2023, con rendimenti molto superiori, dovuti al periodo inflattivo corrente.


A questo punto è lecito chiedersi, quando le banche centrali, a fronte delle ultime dichiarazioni di Powell, decideranno di tagliare i tassi nel 2024 cosa succederà ai suddetti fondi obbligazionari?

  1. Le obbligazioni post taglio dei tassi avranno rendimenti più bassi

  2. Il gestore avrà in portafoglio obbligazioni che rendono di più di quelle di nuova emissione (anche di 4/5 punti % annui)


In questo scenario i fondi ovviamente avranno una rivalutazione del capitale (proprio perchè si verificherà uno scenario contrario a ciò che è successo nel 2022, poichè le obbligazioni detenute rendono di più di quelle che saranno emesse esse saliranno di prezzo), e al contempo le cedole di questi fondi aumenteranno di valore perchè ancorate ad obbligazioni legate ad un passato periodo inflattivo (stagioni 2022-2023).


Ma queste spiegazioni sono teoriche e,come si sa, la teoria molto spesso si perde davanti alla realtà dei fatti; quindi ho deciso di includere due grafici nell'articolo:


Grafico dell'andamento delle decisioni di politica monetaria tenute da BCE e FED

Questo grafico rappresenta l'andamento delle decisioni di politica monetaria della banca centrale europea e americana negli ultimi 20 anni, qui notiamo due sostanziali picchi dei rialzi di tassi da parte di FED e BCE: uno nel 2009 e uno oggi, nel 2023.




Grafico del flusso cedolare dell'ETF LQD

Il secondo grafico è invece l'andamento di redistribuzione cedolare di un ETF che investe esclusivmaente in obbligazioni societarie di tipo "investment grade", per intenderci obbligazioni con un rischio di default inferiore a quello italiano.





Ciò che si evince è che la massima distribuzione cedolare storica dell'ETF è arrivata nel 2009 (quasi al 6% annuo), al momento di picco dei tassi di interesse di FED e BCE), beneficiando succcessivamente per 3 anni di cedole molto più elevate rispetto al tasso offerto dalle banche centrali e quindi quello dei mercati, proprio perchè le obbligazioni sottostanti erano ancora quelle legate al periodo inflattivo precedente.


Se a ciò aggiungiamo il fatto che la crescita del valore quota dal periodo 2009 al 2012, al netto delle cedole è stata del 5% annuo (beneficio del rialzo di prezzo dei sottostanti obbligazionari); ciò porta il rendimento totale del fondo di quel periodo (cedole + crescita del capitale) a più del 10% annuo.


In considerazione di ciò è lecito domandarsi cosa succederà nei prossimi 3 anni post inflazione.




Elenco delle fonti utilizzate:



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